Dedicato ai ragazzi

I vostri figli non sono i vostri figli
Potete custodire i loro corpi,
ma non le anime loro,
perchè abitano case future
che, neppure in sogno,
potrete mai visitare...

(Gibran Kahlil Gibran)

Andrea e il professore
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A tutti gli adulti distratti

Ritorniamo a parlare di Andrea come abbiamo ripreso a parlare di Daniele.
Quando lo abbiamo conosciuto, Andrea stava frequentando Psicologia (Daniele, ora laureato, stava frequentando medicina, come ricorderete); Andrea era un giovane fortemente perplesso e mi scriveva i suoi timori, scriveva a un adulto che gli sembrava attento.

A renderlo così perplesso era la vita normale, quella che gli correva incontro e nella quale impattava ogni giorno all'improvviso.

A vent'anni non ti aspetti niente.
O ti aspetti tutto.
Certo ciò che non capisci non te lo aspettavi: non così; non sotto quella forma.
Sarà il bene?
Sarà il male?

Andrea mi interrogava.
Mi scriveva  e io rispondevo.
L’eterna favola socratica...

A ogni lettera di Andrea che ricevevo mi chiedevo come avrei potuto aiutarlo a individuare i criteri di valore che stanno alla base dell'agire e del pensare dell'uomo.

Pensavo socraticamente (ma io non sono Socrate): Se Andrea, attraverso le mie parole  conoscerà il bene non potrà non volerlo.

Sarei riuscito a orientare -verso uno scopo utile- il desiderio di ricerca della verità di Andrea, rispettando i principi dell'etica e della deontologia?

Sarei riuscito a fornirgli l'aiuto necessario per tirare fuori la sua grandezza?

Sarei riuscito a guidarlo senza condizionarlo?

Non ho mai perso i contatti con lui, anche se, purtroppo, ha lasciato l’Università.
Andrea è un raffinato musicista, un ragazzo speciale e io sono convinto che un giorno potrò da questo sito comunicarvi i suoi nuovi risultati.

Il dialogo epistolare tra me e Andrea é stato -e continua ad essere- molto avvincente e io desidero continuarlo su queste pagine del web, nell’intento risvegliare la distrazione che il mondo degli adulti ha nei confronti di Andrea e di quelli come lui.

Ogni tanto Andrea mi chiamava babbo...
Ho nostalgia di quel tempo, pertanto voglio riproporvi alcune delle nostre lettere

                                                                                                                                         Il prof.

 

                                                                                                      

 

 

4 marzo                                                                                                
Di nuovo su questo maledetto treno che mi porta a casa, che mi porta alla sicurezza di qualcosa di stabile: verso casa mia .

Oramai il treno è partito, vedo i pilastri della stazione muoversi davanti a me.
Io non mi muovo, sono ancorato alla mia seggiola.
Non riesco a fare nulla che non sia a fattore di rischio zero.

Vado su e giù come una altalena che si ferma se nessuno le dà un colpo.
Posso assicurare che sono ben legato -da me stesso suppongo-.

Non riesco a scendere per spingermi e darmi una violenta scossa sul quel seggiolino, luogo di molte solitudini; ho voglia di essere un individuo, un essere umano che si accetta per quello che è; ho voglia di andare in vacanza con degli amici; ho voglia di stare veramente bene; ho voglia di essere accettato

Ma non voglio cambiare e banalizzare me stesso; non voglio rendermi simile; non voglio stare con qualcuno solo perché non ho nessuno.

Voglio far vivere me stesso.
In 21 anni è possibile che non abbia trovato chi mi accetta e chi sta bene con me?
Io penso di avere trovato alcune persone , ma poi la vita ci ha diviso e mi sono ritrovato nuovamente solo

A volte io stesso mi sono allontanato per le troppe umiliazioni, perché forse non ero capito o perché non sono interessante; a volte penso che in me ci sia un conflitto abbastanza evidente tra la  vita che vivo  e quella che vorrei vivere: la prima è sottomessa alla seconda che inevitabilmente porta disgrazie, perché non ho i mezzi per esperirla.

Mi avevi detto di leggere quel romanzo, professore.
Ecco, io mi convinco che quella è la vita che vorrei fare, nella misura in cui le passioni sono vissute in quel romanzo anche io vorrei viverle.

Ma non ci riesco.
E non ho ancora capito perché.

Forse perché devo decidermi di vivere con i mezzi che ho e anche se non ottengo subito quello che idealizzo nella mia mente, va bene.

Se comincio a pensare in termini di azione, di pensiero, posso farcela.
Se provassi almeno una volta a vivere un sentimento, allora avrei fatto un piccolo passo.

Il mio problema -a differenza delle altre persone- è che penso troppo: mi blocco; e non mi riesce nulla.

Anche se io vivo i sentimenti, rimane molto difficile essere accettato (ma io voglio essere accettato?).

Accettare qualcuno, alla fine, non so bene cosa significa; non so se è importante far parte di un gruppo; non so se accettare significa etichettare; non so se non accettare sia una violenza o la madre di tutte le violenze.

Ho scritto di getto, con il mio stile da illetterato.
Non ho riletto ne ripensato, ma ti chiedo di rispondere.

Troppe ipotesi sono nella mia mente.
Aspettano un lume.

                                                                                                                                         Andrea

 

 

                                                                                    2 Aprile

Ti rispondo Andrea...
La sicurezza, secondo lo studio di Maslow, è il secondo bisogno primario dell'uomo (dopo quello fisiologico); l'essere umano ne ha bisogno e ne va alla ricerca attraverso l'esperienza e l'esercizio del vivere quotidiano.

Lo scopriremo solo vivendo... sostiene il maestro Battisti e ha ragione.
Anche secondo Maslow (che pur non è un cantautore) uno diventa sicuro soltanto sperimentando la vita con la curiosità di un bambino e la determinazione e la responsabilità di un uomo.

Qualche volta confondiamo la conquista della sicurezza con il sentirci sicuri perché protetti da ideali, simboli, situazioni, persone...

La casa è sicuramente un fattore di stabilità, Andrea; anche se non è tutto (Edoardo Agnelli ne aveva più di una); perché definisci il treno che ti ci porta: maledetto?!

Bella l'immagine dei pilastri della stazione che si muovono...
Spesso noi siamo fermi e intorno a noi si muove il mondo: non è poi così grave; certo che il fattore di rischio zero non porta a grandi rendimenti...

La solitudine è un posto spesso scelto da noi e non è sempre così male.
Quando nessuno dà un colpo alla nostra altalena ferma, può darsi che nessuno abbia capito che lo vogliamo.
Essere un individuo, prima di qualsiasi altra cosa, è una forma di rispetto verso noi stessi.
Accettarsi per quel che si è rappresenta il primo passo verso un piano di miglioramento eventuale.

Andare in vacanza con degli amici è bellissimo, ma meglio soli che male accompagnati.
Quindi sono da scegliere (gli amici).

Stare veramente bene?
In che situazioni, pensando alla tua vita, sei stato veramente bene?

Essere accettati senza cambiare e banalizzare noi stessi, senza renderci simili è possibile soltanto se gli altri con i quali abbiamo deciso di comunicare si sentono serviti dalla nostra diversità rispetto a loro.

Nessuno è solo, pertanto non esiste stare con qualcuno per solitudine.
Sono sicuro sia falso che in 21 anni tu non abbia mai trovato chi ti accetta e sta bene con te
Io per esempio ci sto benissimo...

Le persone si incontrano e poi si perdono (quasi sempre).
Se tutte le persone per te contano, ma nessuno troppo... (R. Kipling).
A volte la condizione per incontrare è proprio essere soli.

Allontanarti da chi ti umilia è doveroso più che altro nei suoi confronti: non fargli mai l'elemosina di te: se ti vuole deve meritarti (come tu devi meritare gli altri); se non impariamo a meritare non cresciamo, restiamo immaturi.

Tu sei molto interessante: nella misura in cui ti interessa che gli altri se ne accorgano, organizzati per comunicarglielo.

Secondo Maltz (maestro della psicocibernetica), i due pensieri (quando diventano dominanti dentro di noi) che più ci fanno entrare in conflitto interiore sono:

Come sono?
Come penso di essere?

Come sono rappresenta la realtà cattiva in cui tutti viviamo costantemente, poiché nessuna (o quasi) delle nostre aspettative si realizza mai completamente: noi continuiamo a puntare alla luna e colpiamo -se va benissimo- l'aquila (pensa se cominciassimo a  puntare, da subito, all'aquila e a scendere).

Come penso di essere è l'ego.
Siamo nati battendo 400 milioni circa di competitori (biologia).
Nella foto di gruppo dove ci siamo anche noi, andiamo subito -di solito- a cercare noi stessi; eccetera.
E poi non abbiamo, come dici tu, i mezzi per...

Il pensiero dominante e guida, secondo Maltz, è soltanto questo:

                                                  COME VORREI ESSERE...

Si tratta del sogno, Andrea, del progetto di vita: troppo in alto per essere confuso nel traffico delle disgrazie quotidiane; troppo affascinante per non trovare paladini fra gli altri intorno a noi.

Sono contento tu abbia letto quel romanzo, é così che bisogna vivere le passioni della nostra vita.
Per me è un modello in un certo senso, ci provo ogni giorno; ho passato molte ore della mia vita in quel tipo di atmosfera, grazie all'averci almeno provato.

Non riesci per ora...
Impegnati!

Bravo, devi deciderti, dici bene!
Una fettina al giorno, l'elefante te lo puoi mangiare tutto; anche se all'orizzonte sembra troppo grosso.

La regola è: pensiero---------decisione-----------azione.
Vivere un sentimento è la più bella emozione terrena!
Nelle librerie d'avanguardia, in questi giorni, circola un libro di Giulio Cesare Giacobbe: Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita: potrebbe aiutarti.
A suo tempo (parlo per me) mi aveva aiutato molto Istruzioni per rendersi infelici di Paul Watzlawich.

Hai ragione: il quesito si pone irrinunciabile e perverso: tu vuoi veramente essere accettato?
Comunque ribadisco: gli altri ci accettano nella misura in cui noi siamo per loro leader di servizio.
Il gruppo è importante: nel gruppo possiamo essere tutti diversi, ma scoprire una motivazione comune per la quale vale la pena di cooperare tutti insieme; e ognuno di noi può appartenere a più gruppi, e in ogni gruppo esprimere la parte di se che in quella compagine crea servizio.

Accettare non significa etichettare, ma scoprire qualcosa nell'altro che può far bene a noi, che lo caratterizza in quel momento nei nostri confronti.

Non accettare é la madre di tutte le violenze, SI.
Ma dobbiamo sopravvivere e, a volte, la "morte" degli altri è la nostra vita.
Complesso, ma gigante concetto.

Hai scritto di getto, non hai riletto, non hai ripensato...

Io ti rispondo.
Sempre apprezzando la tua anima.

Non so se ho fatto luce.
Ma so che ti voglio bene!

                                                                                                                                         franco

 

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